Invisibile come la musica che gira intorno
Sà cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste, cioé che io, anche in una società più decente di questa, mi troverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c'é un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un'isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sà che mi troverò sempre a mio agio e d'accordo con una minoranza...e quindi...
Il cinema è quella cosa che per un'ora e mezza ti fa sembrare il mondo più bello. E' un po' come quando ti fai una canna. Se il fumo è buono l'effetto dura un po' di più, altrimenti finisce più o meno con il filtro schiacciato nel posacenere (Mamma, lo so per sentito dire, stai tranquilla!).
Così, dopo un faticosissimo giorno di lavoro cominciato prima che l'arancia rosseggiasse sui sette colli e prolungatosi qualche ora in più, dopo due chiacchiere con un'amica che non riesco a vedere mai abbastanza (ora che hai scoperto, raggirando il povero Morris, il mio blog, sono costretto a parlare bene di te!), e dopo un'oretta abbondante di palestra, ho deciso di dimostrare a me stesso ed al mondo di avere ancora un gran fisico e mi sono eclissato in un cinema che è di strada tra il lavoro e casa, con l'idea di guardare questa muccinata di cui tanto si parla.
E di muccinata trattasi, ma con una certa dignità. O forse lo dico solo perchè la storia di un gruppo di diciannovenni alle prese con gli esami di maturità nel 1989 somiglia maledettamente ad un pezzo della mia storia, anche se la mia maturità è andata in scena esattamente un anno dopo, a caduta del muro (tanto didascalicamente evocata nel film) già avvenuta.
E così essere travolto dal gorgo dei simboli è stato inevitabile: le superga, Wild Boys dei Duran Duran, il poster di Madonna e quello di Mandela, il futuro chiuso tutto nell'estate che sarà la tua estate, il motorino e l'autostop, il romanticismo e il professore di lettere.
Un momento! Sul professore di lettere le analogie finiscono. Il mio non era una carogna. Il mio era Peppedandini, scritto tutto attaccato come un indirizzo email che allora non potevamo neanche immaginare.
Peppedandini mi ha regalato quasi tutte le cose più belle che ho: l'amore per le domande, per i dubbi, per i libri, per le idee. Lo spirito critico (qui forse è stato troppo generoso), la passione per la bellezza, l'anarchia e il coraggio di non nascondere le proprie emozioni.
Insomma, mi ha regalato la vita. Quella stessa vita che da due anni lui non ha più. Ancora non riesco a farmene una ragione. Ogni volta che ci penso questo mondo mi sembra un po' più schifoso.
Don't save a prayer for me now,
Save it 'til the morning after
No, don't say a prayer for me now,
Save it 'til the morning after
PS: Save a prayer è rigorosamente in versione live!
Sarà la stretta attualità di questi giorni. Sarà che di crescere seriamente mi sono sempre rifiutato. Sarà che il gioco di ruolo con i colleghi in questi giorni è questo. Ma mi è venuta una gran voglia di leggere Topolino. Domani compro il numero nuovo, domenica scandaglierò Portaportese alla ricerca di quelli degli anni '70.
Vento forte che mi entra nella testa, trattando i miei pensieri come una strada qualsiasi. Li spazza, lasciandoli lindi lustri. Ammassa i rifiuti negli angoli, lascia solo quelli pesanti. Li smuove ma non li porta via.
Inquietudini assortite si muovono ad ondate sulla mia anima, assecondando il soffio iracondo del vento. "Sarà che sono molto stanco". Tento di giustificare la confusione. Ho paura. Si , forse ho paura. No, non so se sia proprio paura. Anche perchè se lo fosse, non saprei rispondere alla naturale, immediata domanda: paura di che?
Esistono le paure generiche. Forse. Sono le più dure, quelle che non hanno una forma, non sai da dove possono arrivare, non sai come difenderti. Non so di che, ma ... si, ho paura.
Hai ragione, ho solo bisogno di un bagno caldo. Forse.
How I wish, how I wish you were here.
We're just two lost souls swimming in a fish bowl,
year after year,
running over the same old ground. What have we found?
The same old fears,
wish you were here.
Conosco Simona Bencini da una decina di anni. La foto nella quale sono avvinghiato a lei dopo un'intervista mi segue in tutti i miei traslochi da allora. Le voglio bene perchè è una ragazza vera, come ce ne sono pochisssime nel mondo della musica. Sulle altre qualità non mi pronuncio, perchè l'affetto non mi fa essere obiettivo. Dalla chiacchierata fatta venerdì a Sanremo ho ricavato un articolo, che copincollo.

Acconciatura tutta nuova, quasi a sottolineare lo stacco con la prima parte della sua carriera, Simona Bencini è stata una delle rare, piacevoli sorprese dell’ultima edizione del festival di Sanremo. Ha avuto un sorriso per tutti, come è nella sua indole, ed ha sottolineato i suoi giorni sanremesi con la serenità di chi al festival è andato solo a portare la sua musica, con l’unico obiettivo di farla ascoltare il più possibile. E la mancata finale, non è certo un problema.
“Sono felicissima di come sono andate le cose – dice spiegando il suo sorriso più affascinate - Sapevo come funziona un festival ed ero cosciente di non poter andare in finale. Conosco i meccanismi di una manifestazione di questo tipo e delle sue classifiche, il fatto che sia un festival popolare e che quindi vanno avanti i personaggi più popolari.
Cantare il venerdì per me è stata la mia finale, perché ho avuto modo di tornare sul palco, di superare la prima eliminazione, e di poter cantare di nuovo la mia canzone insieme ad una grande artista come Sarah Jane Morris, e di dare un messaggio chiaro di quello che voglio fare e di quello che faccio, cioè musica di qualità.”
La stessa qualità che ha contraddistinto la prima parte della carriera di questa fiorentina innamorata del soul e del funky, gli anni di militanza nei Dirotta su Cuba. Un gruppo anomalo per il panorama italiano, del quale Simona conserva un ricordo prezioso.
“La mia esperienza con i Dirotta su Cuba è stata bellissima, 12 anni della mia vita bellissimi, importantissimi, formativi, però adesso ho preso questa decisione di lasciare la band e di camminare da sola. Una decisione difficile ma sono molto felice di averla presa, perché avevo bisogno di tirar fuori delle cose di me che non potevano venir fuori diversamente. In un gruppo c’è comunque del compromesso, soprattutto in un gruppo nel quale non c’è un leader unico. Eravamo una band nella quale ognuno dava il suo apporto e lavoravamo in team. Adesso ho tutto sulle mie spalle, nel bene e nel male, e sono felice perché la carriera solista mi ha dato molta consapevolezza dei miei limiti e dei miei potenziali: venire a Sanremo per me è stata una grande occasione di lancio. “
Già, Sanremo. Simona aveva già partecipato al festival alla testa dei Dirotta nel 1997, con un brano intitolato E’ andata così. Il presente però è Tempesta, brano soul tutto al femminile.
“Io ho scritto il testo nella versione in italiano – dice orgogliosa - mentre Elisa ha scritto la musica ed il testo in inglese. Elisa mi ha dato totalmente carta bianca per il testo ed è stata la prima a sentirlo quando l’ho scritto: le è piaciuto molto. In modo molto positivo e sereno abbiamo proseguito con il confezionamento del pezzo e lei quando ha sentito anche l’idea di arrangiamento, che mi apparteneva di più rispetto al provino che lei stessa aveva registrato, mi ha detto: è graffiante , dolce e sensuale come te. Tre aggettivi che mi rappresentano molto.”
A chiudere il cerchio di questa canzone tutta al femminile, accorre Sarah Jane Morris, non nuova a trionfi al festival dei fiori, avendo vinto in coppia con Riccardo Cocciante nel 1991.
“Con Sarah ci siamo conosciute qualche qualche mese fa suonando insieme con la Montecarlo Night Orchestral, quella di Nick the Nigthfly, facendo un trio e cantando brani natalizi e standard jazz. Ci siamo piaciute, ci siamo conosciute e quando si è prospettata la possibilità di portare un ospite al festival, pensando anche alla diversità delle nostre voci, e al fatto che lei era già stata a Sanremo e conservava un bel ricordo, è nata l’idea di questo duetto al femminile. Il momento più magico sono state le prove del pomeriggio, quando abbiamo cantato insieme per la prima volta il brano. Si è creata subito una magia straordinaria, che forse a causa della tensione non si è ripetuta durante la serata. “
Ma tempo e modo per creare nuove magie ci saranno, presto. Simona sta per ripartire per un giro di concerti, per suonare i sorprendenti brani di Sorgente, il suo primo album da solista. In fondo le basta solo un palco, una band e un microfono, per scatenare la Tempesta.
Mi hanno sempre incuriosito le persone di poche parole, quelli che parlano quando è il momento, non dicono mai una parola fuori dalle righe, ti ascoltano facendo sembrare - con un solo sguardo - le tue parole le più banali del mondo. Ci vuole talento e di fronte a cotanta misteriosa avarizia la soggezione di solito si impossessa della mia gola.
Penso all'archetipo cinematografico di queste persone, il fantastico Tony Servillo ne Le conseguenze dell'amore, film mai troppo celebrato. Sguardo fisso. sigaretta accesa, parole spese con estenuante parsimonia, quasi a sottolineare quanto siano inutili nella maggior parte delle situazioni.
Ne sono talmente affascinato da imitarle inconsciamente, ottenendo però un effetto molto diverso. E così da qualche tempo sento che mi sto chiudendo in una sorta di autismo: non riesco più a tenere una conversazione senza scadere nel banale, talmente banale da spingermi a troncarla. Quando invece la conversazione è a più voci, allora vengo preso da uno strano effetto tv e finisco per osservare gli interlocutori pingpongando lo sguardo su chi parla, senza poter garantire l'ermetica chiusura della bocca.
E' una deriva che mi fa soffrire, che mina la mia vita sociale, senza contare che il mio lavoro è fatto di parole e perderle non è cosa di poco conto. Spero che tornino con le rondini, altrimenti sarò costretto a cercarle nei labirinti dei significati, con il terrore di ritrovarmi davanti, ad ogni giro d'angolo, lo spettro della banalità.
Il clima è quello solito da ultimo giorno di vacanze. Via la cartapesta e la città torna ad essere anonima e grigia. I tecnici rai si affrettano a smontare per rientrare a Roma. Un tempo, quando ero un giovane inviato di una piccola radio, i passaggi verso sud dei tecnici rai erano i più ambiti: viaggio gratuito e in genere compagnia simpatica.
Sul festival non mi viene da dire niente che non sia stato già detto, e in definitiva tacerne mi sembra la cosa più dignitosa. Tra poco si riparte, con un giro complesso ma tutto sommato conveniente in termini di tempo, comodità e piacevolezza del viaggio. Passo per Milano, poche ore, e poi giù verso Roma insieme ad un collega della grande X.
Del festival non restera niente, tranne il pass. Il 14° da archiviare in attesa di proseguire verso il record.
P.S. L'anno prossimo torna Pippo. Meno male (sic!).
Callimaco - Pronto, mamma......
Mamma di Callimaco - Sei a Sanremo?
C - Si....
MdC - E' uno schifo!
C - Dai, mamma: non esagerare. Volendo qualcosa si salva.....
MdC - Cosa? Anna Oxa a piedi nudi che recita una poesia? Panariello che non fa ridere? La cacca del figlio di Totti? Che poi questa Ilary, cos'avrà di speciale..
C - Vabbè, che c'entra.....
MdC - ... anzi, diglielo a Panariello: ha detto mia madre che questo festival è proprio brutto!
C - Riferirò. Cosa stai guardando?
MdC - Il grande fratello. C'è Albano che canta la canzone che hanno scartato a Sanremo. Brutta pure questa.
C - Però qualcosa si salva.....
MdC - Niente! Una volta al festival c'era Claudio Villa, vestito bene, che cantava Cancello tra le rose. Quest'anno non c'è neanche un fiore: c'è rimasto solo in cancello.
C - Hai ragione. Stasera vado alla festa della Pausini.....
MdC - Ooooo, salutamela tanto! Quando la porti a pranzo a casa?
C - Mamma, non è mica la mia fidanzata.
MdC - No? Mi piacerebbe tanto.....
C - Mamma, non esagerare.....
MdC - Va bene, però diglielo a Panariello: così proprio non va!
La mia radio, quella nella quale ho mosso i primi passi, quella che mi ha dato per la prima volta una cuffia, un microfono ed uno spazio nel quale riversare tutte le mie idee di quindicenne, oggi compie 22 anni. Stamattina ho chiamato per fare gli auguri e sono stato magicamente catapultato in diretta, a ricordare fatti, volti e voci nel corso di un affollato programma celebrativo.
A quella piccola radio ho dedicato anni importanti della mia vita, ho raccontato i suoi meccanismi persino nella tesi. In quegli studi ho vinto la timidezza, ho ascoltato ore ed ore di musica, ho litigato con tutti, ho fatto pace con tutti. Sul divano al piano di sotto ho conosciuto la prima prova dell'esistenza di dio.
Tra episodi divertenti e brani indimenticabili, a tutti ad un certo punto, stamattina, è sembrato che mancasse qualcuno. E infatti non c'era. Inutile cercarlo al telefono, inutile aspettare il suo arrivo tardivo, inutile chiedersi dove fosse: Dj Morris non è più con noi da qualche anno. Fa girare i suoi brani, ancora rigorosamente in vinile, in qualche altra dimensione, da quando qualche entità suprema ha deciso che i suoi giorni erano finiti.
Eppure per tutto questo tempo è stato sempre con noi, anche quando ognuno ha preso la sua strada lasciando la cuffia a prendere polvere. Eppure ogni volta che pensiamo a lui, ogni volta che sentiamo la mancanza della sua ingombrante allegria, ci sembra di sentire la sua voce e la musica che allora ci univa.